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Aprile 2009



E' in libreria:























Lo sciopero dei pesci  € 11,90
                Editore: Il pozzo di Giacobbe
                di Salvo Zappulla
              Illustrazioni di Carla Manea

Scheda
Cosa succederebbe se il mare d'un tratto, stufo di venire inquinato, decidesse di scioperare e andarsene in montagna con tutti i pesci a prendere il sole d'alta quota? Un vero marasma. Pettirossi e merli, meduse e conchiglie insieme nel concerto della natura, con un pinguino improvvisatosi direttore d'orchestra. Una fiaba che vuole educare grandi e piccini ad avere rispetto per l'ambiente, ad amarlo e a conservarlo vivibile per le future generazioni.

                   “Avvenire”     07.02.09
Sono in corso notevoli cambiamenti. Tutta colpa di un inconsapevole bambino e di un suo impellente bisognino: ma le acque fino a quel momento placide non ne possono più di dover accogliere scarichi di ogni tipo. Passi per la pipì di un ragazzino ma che dire dei liquami delle fogne, degli scarichi delle navi, dell'immondizia che finisce per depositarsi sui fondali? Il mare decide di scioperare e se ne va in montagna lasciando a secco chi con le sue acque ci vive e ci lavora. Lo sciopero dei pesci  (Il pozzo di Giacobbe, euro 11,90) è una storia ecologica frutto della collaborazione di Salvo Zappulla e Carla Manea: a lieto fine, per fortuna.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  
Di Gordiano Lupi
Giovanni  Modica
Sette Note in Nero di Lucio Fulci
Viaggio nel cinema della precognizione e del Tempo
contiene interviste a Sergio Salvati, Dardano Sacchetti ed Ernesto Gastaldi
Morpheo edizioni – Euro 15,00 –pag. 232

È uscito un gran bel libro sul cinema di Lucio Fulci, autore che non bisognerebbe mai smettere di studiare e rivalutare, che devo assolutamente segnalare. Giovanni Modica compie uno studio certosino su un solo film scelto dalla vasta produzione del regista romano. Sette note in nero non riscosse grande successo di pubblico, ma resta un esempio di thriller moderno, ricco di situazioni ad alta tensione. Modica parte dalla sinossi, analizza parallelismi, fa paragoni con il cinema internazionale, affronta la musica, le analogie con il resto del filone, le soluzioni di regia, le ascendenze letterarie e i debiti cinematografici. Non manca di soffermarsi sugli attori e sulla location, ma pure su soggetto, sceneggiatura e storia produttiva. Intervista lo storico direttore della fotografia Salvati e due grandi sceneggiatori come Gastaldi e Sacchetti, parla della factory fulciana e inserisce un capitolo finale pieno di note, curiosità e recensioni d’epoca. Insomma, un lavoro notevole, da storico del cinema, che si presenta come un’opera specialistica per approfondire un film del regista. Approfitto per pubblicare di seguito un capitolo tratto da Filmare la morte (Edizioni Il Foglio – www.ilfoglioletterario.it), testo scritto a quattro mani con As Chianese che affronta in generale tutto il cinema thriller e horror di Lucio Fulci. Il libro di Modica rappresenta un indispensabile approfondimento, mentre il nostro volume è soltanto un manuale per neofiti, una sorta di Per conoscere Lucio Fulci, dedicato a chi non sa niente del grande autore romano.

Sette note in nero
(tratto da Filmare la morte – il cinema horror e thriller di Lucio Fulci, di As Chianese e Gordiano Lupi – Edizioni Il Foglio, 2006 )

  Regia: Lucio Fulci. Produzione: Cinecompany. Distribuzione: Cineriz. Sceneggiatura: Lucio Fulci, Roberto Gianviti e Dardano Sacchetti. Musiche: Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera. Fotografia: Sergio Salvati. Effetti speciali: Maurizio Giustizi. Montaggio: Ornella Micheli. Scenografie: Luciano Spadoni.
Interpreti: Jennifer O'Neill (Virginia Ducci), Gianni Garko (Francesco Ducci), Marc Porel (Luca Fattori), Gabriele Ferzetti (Emilio Rospini), Jenny Tamburi (Bruna), Ida Galli (Gloria Ducci ), Fabrizio Jovine (Commissario D'Elia), Riccardo Parisio Perrotti (Melli), Loredana Savelli (Giovanna Rospini), Salvatore Puntillo (Secondo autista), Bruno Corazzari (Canevari), Vito Passeri (Caretaker), Franco Angrisano (Primo autista), Veronica Michielini (Giuliana Casati), Paolo Pacino (Russi), Fausta Avelli (Virginia da piccola), Elizabeth Turner (Madre di Virginia), Ugo D'Alessio (Proprietario della galleria d'arte), Luigi Diberti (Giudice).

  Virginia Ducci: ricca e affascinate signora inglese dell’alta borghesia, architetto, con un nobile marito e pochi guai, ha delle incredibili doti medianiche che cerca di far venire fuori con l’aiuto del suo psicologo eliminando un trauma infantile. Virginia ebbe da piccola, mentre era in Italia per una gita scolastica, la visione del suicidio della madre, gettatasi da un dirupo.
  Da un po’ di tempo a questa parte, però, le premonizioni, i presagi, la tormentano. La donna è convinta di aver visto, in stato di tranche mentre era alla guida, lo scheletro di una donna murata viva in una nicchia ricavata in un muro della tenuta di campagna del marito. Durante un sopralluogo alla villa, la polizia, trova effettivamente un cadavere che, dopo l’autopsia, si rivela essere quello di una giovane donna scomparsa anni or sono, forse l’amante del marito di Virginia. La donna, sempre più tormentata dai suoi presagi, inizia a indagare, con l’aiuto dello psicologo, per scagionare il marito.
  Solo dopo aver salvato l’adorato consorte dalla galera, Virginia, capirà di aver sbagliato tutto. Aveva commesso l’errore di calcolare male i tempi della visione, che a poco a poco si fa sempre più nitida, e di non aver pensato che in realtà è la sua stessa persona a essere la vittima della visione.
  Saranno il suo psicologo e le sette note (in nero?) del carillon del suo orologio a salvarla dall’essere murata viva da suo marito… per via di una ricca eredità e dei molti debiti dell’uomo.

  Visto l’ottimo successo di  Una Lucertola con la Pelle di Donna, sia Fulci che il suo sceneggiatore Gianviti erano stati messi sotto contratto da Luigi e Aurelio De Laurentiis per l’adattamento cinematografico del romanzo thriller Terapia Mortale di Vieri Razzini. Purtroppo i due non riuscirono, dopo mesi, a tirare fuori un adattamento che meglio potesse mettere in risalto il plot del romanzo e che desse l’occasione a Fulci di esprimere al meglio le sue doti registiche. Chissà perché il regista si convinse di essere nella cosiddetta “botte di ferro” avendo a disposizione un romanzo ben strutturato e di una certa fama. Visti i risultati, però, i produttori vollero affiancare al regista e al fido Gianviti, un uomo di fiducia: il talentuoso sceneggiatore Dardano Sacchetti, che era stato autore dei fortunati Il Gatto a Nove Code di Dario Argento e di Reazione a Catena di Mario Bava.
  Inizia così un’epoca. Sacchetti e Fulci, entrambi a disagio ed entrambi con velleità artistiche diverse, hanno alcune discussioni sul set. Sacchetti dichiara apertamente che l’inadeguatezza di Gianviti nella codificazione per immagini dell’apparato narrativo di Terapia Mortale è dovuto solamente al fatto che il romanzo: “era  una vera cazzata”(1). Accantonato il progetto dell’adattamento, Sacchetti, Fulci e Gianviti, ancora sotto contratto con i De Laurentiis, lavorano a una sceneggiatura originale. Sette Note in Nero (titolo prettamente fulciano) nasce proprio da una discussione tra Sacchetti e Fulci: il regista voleva dire che nessuno può sfuggire al proprio destino anche se ne è a conoscenza. Sacchetti, scommettendo, dichiara di riuscire a costruire un meccanismo narrativo capace di eludere quella che, a Fulci, sembra una verità inconfutabile. Questo film niente è se non un perfetto meccanismo a orologeria: il suo script, per rimandi e costruzione, è paragonabile al carillon installato nell’orologio di Virginia che la salva dal suo terribile destino (un’idea di Sacchetti che Fulci trovò geniale). Ovviamente questa terza prova registica nel thriller (quarta per quanto riguarda, invece, le sceneggiature) regala a Fulci la possibilità di continuare un discorso personale, una variazione sul tema, su questo genere che implica ancora una volta elementi come la psicologia, l’onirico e il subconscio.
  Un po’ come succede letterariamente, in un paragone alquanto forzato, con i romanzi di Arthur Conan Doyle del ciclo di Sherlock Holmes. Il celebre detective londinese si trova gradualmente a diventare una sorta di indagatore dell’occulto da Il Mastino dei Baskerville in poi. Così per Fulci questa lenta discesa verso il surreale avviene con Sette Note in Nero e con il fatidico incontro con Dardano Sacchetti. Questo sceneggiatore che trascinerà la macchina da presa nel più terribile inferno dei suoi horror successivi, con grandissimi risultai. Ma se c’è un inizio di questo incredibile percorso, questi è sicuramente Sette Note in Nero. Il film alla fine non fu prodotto dai De Laurentiis, ma la mano del regista è evidente, si avverte il suo stile fotogramma dopo fotogramma, il risultato è il migliore raggiunto in questo campo.
  Assistiamo anche allo soppressione di un tabù: Fulci si decide ad ambientare il film in Italia, in Toscana, la pellicola si apre infatti con una panoramica di piazzale Michelangelo a Firenze, ma è palpabile la sua anglofilia, sin dalla scelta degli attori: la raffinata Jennifer O'Neill nel ruolo della protagonista, Marc Porel (già apprezzato nel ruolo del prete diabolico di Non si Sevizia un Paperino) in quello del marito traditore e il bravissimo ma compassato, “inglese” per stile, Gabriele Ferzetti. Le campagne del Chianti si trasformano in una piccola colonia inglese: il Chiantishire; abbiamo ancora a che fare con nobiluomini, eredità e set decorati in stile classico. Splendida e retrò l’automobile dallo sproporzionato volante, che il regista affida alla guida della O’Neil, tutto in perfetto stile Agata Christie, la grande vecchia del giallo inglese per la quale, a detta di Sacchetti, Lucio Fulci aveva un ammirazione sconfinata. In ogni caso il film è imparentato da vicino, nel tema della tumulazione, sopratutto al racconto “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe.
  Virata decisiva verso il surreale e splatter, il film, piacque anche allo schizzinoso critico Morando Morandini che, nei limiti della sua etichetta di cinefilo raffinato, afferma nel dizionario che la pellicola è: “…  apprezzabile per la rinuncia agli effettacci più facili del Grand-Guignol e una certa sagacia nella costruzione narrativa”.              

(1) Da un intervista esclusiva rilasciata ad As Chianese per “Carmilla on Line” (N.d.R.)


Di Enrico Pietrangeli
Giuseppe Serembe
Canti
Comune di San Cosmo Albanese - 2007

Nell’entroterra ionico, ai piedi della Sila, si erge San Cosmo Albanese, un borgo ricco di storia in un singolare contesto culturale tuttora preservato. Qui approdarono, nel corso del XV secolo, comunità albanesi in fuga dall’ascesa turca lungo i Balcani. Paese memore delle gesta di Scanderberg, eroe nazionale della resistenza contro Maometto II e “atleta di Cristo” di papa Callisto III, altresì mai dimentico del suo poeta bohemien Giuseppe Serembe, immortalato nel mezzo busto eretto in piazza della Libertà e di recente celebrato dall’amministrazione locale attraverso questa pubblicazione. Una silloge che si avvale delle traduzioni di Vincenzo Belmonte, frutto di un’attenta ricerca e redatte con puntuali note per renderci al meglio l’originale gusto dei Kënka. Siamo nell’Ottocento, nel pieno delle vicende risorgimentali. Serembe ne è partecipe a tutti gli effetti, uno spirito trepidante e patriottico sia nei confronti dell’ospitante Italia che dell’antica madrepatria albanese, rivolto anche all’irredentismo greco. “Oggi il fucile/tutta Europa di fremiti riempie,/mentre volta le spalle il turco in fuga” scrive il poeta in una sua composizione che è anche cronaca dell’impegno civile dei tempi. Emerge una vita errabonda, che conosce la miseria e attraversa le Americhe due volte, fino alla morte dell’artista, probabilmente per stenti, in una piazza del mercato di San Paolo del Brasile. Personaggio parte di una Scapigliatura che tramandava, prima ancora che stili di vita alternativi, un’etica nazionale, sia pure nella contrapposizione dualistica tra vero e ideale nell’ottica di quel tardo romanticismo sgravato di ristagnante provincialismo. Non a caso Domenico Milelli, uno “sregolato” meridionale, sarà tra i pochi intellettuali dell’epoca ad interessarsene. L’amore gli “ha sconvolto il cervello,/agitato il sangue,/sottratto l’anima” ma dal paesaggio agreste “fronde e pagliuzze ruotano per l’aria” catturando ancora la sua attenzione. “Colui che sta recluso in questo colle/guarda sempre alla fertile pianura” evoca un Leopardi che inverte solo la linea dell’ orizzonte, un sostrato dove “il sonno ci conquista e prostra,/preludio del destino che ci atterra”. Nel Pensiero notturno, tuttavia, “fluttuavano baciandosi/cieli in onde di fiamma e pura luce,/ove amore è semente a soli e stelle” in una travolgente carica mistica. Ai SS.Cosma e Damiano, infatti, è una ricorrenza rituale del mondo rurale ed anche festività patronale del borgo natio. Temi religiosi ricorrono anche in A Maria Vergine, dove lo sconforto si sovrappone al fervore della devozione e segna la distanza in una miseria che incalza, quanto altrove definirà “infamissime insidie della Chiesa Romana”. A Giuseppe De Rada, altro poeta di lingua albanese, e Ad Alì di Tepelena, “sole dell’Albania” e fautore antelitteram di un’autonomia dall’impero ottomano, titola i suoi componimenti inneggiando ad una carducciana “stirpe guerriera” nelle vicende di un popolo che, oggigiorno, rimanda alle cronache del Kosovo. Poeta a cui (per la cronaca eravamo nel 1961) persino il regime di Enver Hoxha ha reso omaggio nell’opportunismo ideologico di un socialismo reale concentrato a ridare identità all’Albania attraverso il modello stalinista. Qui affiora la figura dell’eroe eclettico e ribelle che solo la “nuova storia della letteratura fondata su basi marxiste” arriva a comprenderne nei risvolti dei valori patriottici e sociali. La storia, quella vissuta da Serembe in prima persona, ripercorre un fugace scenario borbonico con il “re bomba” e “Franceschiello” per accogliere trionfante il “re galantuomo”, effigie liberale dei Savoia nell’Italia riunificata. Dell’altra sponda dell’Adriatico, riporta i  grandi eventi, quelli per cui tutto non sarà mai più come prima e all’origine della stessa cultura arbëreshë, ne fa sintesi nella quartina di un poemetto dedicato Alla Signora Principessa Elena Gjika: “Alcuni, sconfitti dal turco,/affrontarono il mare,/altri tra i greci si dispersero,/apostatarono altri.”


La critica, come la carità, dovrebbe cominciare a casa propria (B. C. Forbes)
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