Aprile 2008
Di Enrico Pietrangeli:
Enrico Campofreda - Marina Monego
L’urlo e il sorriso
Michele Di Salvo Editore – 2007 – 9,00 Euro
Quello di Enrico Campofreda e Marina Monego è un esordio narrativo a quattro mani dove vengono ripercorsi, con estrema lucidità e dovizia di particolari, i sentieri dell’infanzia. Meglio, forse, non avrebbero fatto in quella terza età caratterizzata dalla repentina esplosione di così tanti dettagli legati ai primordi. Racconti brevi, strutturati con semplicità ed efficacia, non del tutto estranei a talune ricercatezze e che comunque scorrono, fluidi e disarmanti, nella consunta poetica di spontanee ingenuità perdute, sempreverdi memorie radicate. Fuoriesce, inevitabilmente, quel bel paese ancora arrangiato e che già subiva il travaglio di profonde trasformazioni in corso. Ritratti in bianco e nero, istantanee neorealiste carpite da uno schermo, quello della memoria, dov’è ancora palpabile quello sfondo sociale vincolato ad interagire coi destini dei protagonisti. L’automobile, la TV, il frigorifero, i nuovi quartieri che sopravanzano: sono gli anni del boom economico, cementano Celentano e la via Gluck. Lo scenario di campagna e di città si alterna facendo da cappello ai titoli dei singoli episodi che si susseguono. Inconsulte e altrettanto innocenti riemergono passioni per le lucertole, corse alla marrana, un fragrante schiamazzo di borgata, strade sterrate, biciclette e lambrette. Venezia e l’entroterra, insieme alla periferia romana, sono i luoghi d’azione nonché di origine degli stessi autori. In una corsa nei campi, dove svetta alto il mais in un’antropomorfica visione di bambine, si svela un sapore antico, quello del Veneto contadino, che ancora sussiste attraverso i suoi riti propiziando nuove stagioni in un immenso falò. Dietro lo sguardo di un bambino silenzioso, c’è lo scorcio di una laguna colto con nostalgia, un castello di sabbia “ancora intatto”. Del resto, la nota di quarta di copertina relativa a Marina Monego, conclude precisando che “a Venezia è rimasta affezionata e vi ritorna sempre volentieri”. Aneddoti di scuola ci lasciano in una coda di suoni, sono quelli della Gigliola Cinquetti che canta “Non ho l’età”. Forse sarà stato anche per via di quel festival simbolo nazionale, dove spopolò nel ’64, che si confondono “cinguettii” con “cinquettii”. La televisione imperversa e diviene “simbolo di quegli anni” operando una “omologazione culturale”, come precisa Arace nella sua prefazione. Tra bighellonate, giochi ed altre esperienze, si finisce nel gelo del fossato o si osa, infrangendo il tabù materno dell’imbarcadero. Meloni rubati a ferragosto, approfittando della festa in corso, in una campagna che vede il contadino erigersi a piccolo proprietario, retaggio di un’ancora non troppo lontana riforma agraria. Spesso si fa ricorso al dialetto nei dialoghi, soprattutto il gergo romano di periferia, ma non mancano neppure più melodici accenni di filastrocche venete. Ghiaccio bollente è un episodio che riporta ancora in pieno a quel clima più prossimo al dopoguerra piuttosto che di sviluppo, è il ritmo di una campagna che serenamente stenta nel mettersi al passo coi tempi. In Areniade la periferia si misura “dalla strada al mondo”, Valle Giulia e gli studenti in rivolta iniziano a fomentare dubbi, ma il cuore pulsa altrove, è tutto rivolto verso le olimpiadi di Città del Messico che i ragazzi, di lì a poco, si appresteranno ad emulare. Sesso e religione, insieme ad una motoretta, perno di una rocambolesca gita al mare, costituiscono una possibile trilogia assemblante il finale. Sudate iniziazioni dispensano, come premio, la riluttante visione di cosce smagliate e cadenti, mentre il chierichetto ci ricorda quanto sia teatrale la messa e, tutto sommato, tanto vale parteciparci da protagonista. Un’edizione ben curata, una piacevole lettura assicurata. Nodi narrativi a tratti stereotipati, ma mai noioso. Questo è senz’altro un esordio che segna il passo, osa poco, ma si presenta come un prodotto compiuto, capace di aprire a future e più consistenti produzioni sempre che, i rispettivi autori, siano anche in grado un po’ più di esporsi.
Alfio Petrini
Teatro totale
Titivillus – 2006 – 14,00 Euro
Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”. “L’unità nella diversità” è il dogma che ne scaturisce. Nel complesso, risulta essere un ottimo compendio generale, sviluppato con pathos e tesi originali che tendono a personalizzarne la fattura. Ripercorrendo le varie strutturazioni del teatro, si approda in maniera più incisiva verso le avanguardie ed il teatro futurista, profondamente rivalutato attraverso la figura di Marinetti, sul quale il silenzio imposto viene additato come preconcetto ideologico sul giudizio artistico. Il paragrafo iniziale dedicato al teatro totale evidenzia subito una prima grande figura, quella di Wagner, il teorizzatore, ma anche quella di Artaud ed il suo “doppio” prende subito consistenza come un inevitabile punto di riferimento per l’intero argomento trattato. Naturalmente sia Stanislavskij che Grotowski sono imprescindibili come eredità del teatro più moderno. Grande rilevanza è riservata alla poesia o meglio a quel “valore aggiunto” inteso a sottolineare che teatro e parole sono strettamente vincolate alla corporeità dell’azione, “parola del non detto”. Se “l’opera d’arte esiste nel suo divenire”, il regista non può far altro che tradirla per amore ed è un “fare poetico” che racchiude il “favoloso possibile” a ricondurlo al nulla, ovvero allo “spazio della creazione”. Beckett e Shakespeare sono quei “cattivi pensieri” indispensabili per scavare oltre e specchiarci nelle nostre eresie barbariche, tasselli pressoché fondamentali nell’espressione della totalità. Un attento sguardo è rivolto alla panoramica delle tecnologie digitali, alla multimedialità ma anche all’intermedialità passando per la pop art, la performance, l’happening e quant’altro ancora fino a reinventare “le regole della visione e della percezione”. Da Fluxus, John Cage e gli anni Sessanta alla più prossima generazione degli anni Novanta, così variegata e composita, sino a quel nuovo teatro che ha tentato di forzare verso un “ritmo cinematografico o da videoclip” giungendo, infine, alle forme cosiddette estreme o eXtreme, quelle dove la crudeltà è esplicita nelle ferite come nel dolore teatralizzati nella live art. Il paragrafo de L’attore me stesso conclude il tutto in un personale riepilogo della diretta esperienza dell’autore che poi è divenuto anche “maestro”. Teatro totale, ovvero la vita e tutte le sue sfumature che, abbattendo la barriera della scena, nel Novecento finiscono col coinvolgere il pubblico in prima persona. Che il teatro si possa confondere nella vita e viceversa, del resto, è cosa ben più remota. Il punto è determinare un’etica che, indubbiamente, è più facilmente accertabile nella rappresentazione, piuttosto che nella confusione. Magari anche in questo caso, perché no, nasce l’esigenza di una “fusione” con quanto l’autore vuole addurre alla luce come indispensabile aspettativa della vita.
Di Gordiano Lupi
Carlos Carralero
Saturno e il gioco dei Tempi
Spirali – pag. 250 con testo spagnolo a fronte – euro 25,00
Forse qualcosa a Cuba sta davvero cambiando perché in Italia si cominciano a pubblicare scrittori dissidenti che fino a pochi anni fa non godevano di alcuna considerazione. Editori coraggiosi come Spirali fanno uscire le memorie dal gulag di Armando Valladares (Contro ogni speranza), la Lettera a Fidel Castro di Fernando Arrabal e i Miti dell’antiesilio di Armando De Armas. Ipermedium dà alle stampe Totalitarismo tropicale di Jacobo Machover, Boroli pubblica Cuba senza Castro di Giorgio Ferrari, altri piccoli editori danno voce a Reinaldo Arenas, Alejandro Torreguitart, Felix Luis Viera e Pedro Juan Gutiérrez. Non tutto è perduto, allora. Speriamo che il pubblico compri questi libri e sia sensibile al grido di dolore proveniente da Cuba, terra che non merita di passare da un dittatore come Fidel a un politburo di governanti.
Carlos Carralero pubblica un libro importante, una via di mezzo tra il lavoro di denuncia e il saggio autobiografico, figlio della stessa ispirazione di Hijos de Saturno (2002) di Osvaldo Navarro (1946 - 2008), grande romanzo dedicato a chi ha creduto nella rivoluzione e ne è stato divorate. Carralero racconta con partecipazione la storia della sua finta follia che gli consente prima di abbandonare l’esercito e subito dopo di sottrarsi alle imposizioni del regime. I cubani si ribellano ogni giorno al dispotismo, cercano una loro strada personale che va oltre le menzogne rivoluzionarie, purtroppo non sono abbastanza uniti per creare un grande movimento di rivolta. Carralero lotta da sempre per la difesa dei diritti umani a Cuba, ancora oggi vilipesi e calpestati al punto che è un reato la diffusione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Il regime non può tollerare un ribelle come lui, i servizi segreti lo perseguitano, viene arrestato e successivamente imprigionato in carceri di massima sicurezza. Nel 1995 decide per l’esilio e si stabilisce a Miami con la famiglia, dove spesso ritorna, anche se adesso vive a Milano e conduce una lotta serrata per la democrazia a Cuba. Lo abbiamo visto di recente ospite a Sky news 24 ore per commentare l’abbandono di Fidel e il nuovo corso del regime.
Saturno divora i propri figli perché non rappresentino un pericolo per lui… la storia del mito si ripete… è l’orrore scatenato dai dittatori, il riflesso del loro stesso panico… scrive Carralero. La metafora con Castro è evidente, ma non vale soltanto per lui, è regola ferrea di ogni dittatore che si regge su terrore, miseria e menzogna. L’autore dedica parole struggenti alla sua Avana lontana definita mitica città che resta nello spirito di chi non ci è nato più che nella memoria dei veri habaneros. Non per niente il miglior cantore dell’Avana è l’orientale Cabrera Infante, a mio giudizio più ne L’Avana per un infante defunto (stupendo romanzo di formazione) che in Tre tristi tigri, pure se Carralero cita soltanto il secondo. Un pregio indubbio del libro è la doppia lingua che lo rende appetibile a un pubblico più vasto, la traduzione di Tilde Riva è buona, anche se molto letterale e in certi casi indecisa sui cubanismi. Ottima scelta di foto a colori che raffigurano L’Avana, Baracoa, alcuni bohíos orientali, la mariposa (fiore nazionale), il tocororo (uccello nazionale) e dello stemma cubano.
I LIBRI DI CINEMA EDITI DA MEDIANE
www.mediane.it
Un nuovo editore di cinema si affaccia nel panorama letterario italiano. Si tratta di Mediane libri, giovane e intraprendente azienda milanese con un passato nella produzione di CD musicali e da alcuni anni attiva nel campo del libro fotografico. Ho collaborato in prima persona alla realizzazione del libro Commedia sexy all’italiana, introducendo un’inedita selezione di foto di attrici prelevate dai set e realizzate da paparazzi romani. Non è il solo libro di cinema edito da Mediane, che ha prodotto, tra l’altro, anche Tomas Milian - il bandito, lo sbirro e Er Monnezza, Attori a mano armata, Morricone western e Dario Argento. Tutti i volumi hanno un costo che varia dai 20 ai 25 euro, ma sono realizzati su carta fotografica di alta qualità, a colori e in bianco e nero. Non solo, ogni libro è corredato da un CD che rappresenta una chicca per gli appassionati, perché contiene una scelta di canzoni e colone sonore tratte dai film. Dal volume Tomas Milian possiamo ascoltare cose come Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, che fa da colonna sonora alla tragica lapidazione di Florinda Bolkan, ma anche il tema de Il trucido e lo sbirro realizzato da Bruno Canfora. Morricone western contiene una scelta di locandine e flani delle pellicole, ma anche le migliori musiche western del maestro. Dario Argento è un libro capolavoro, aggiornato a La terza madre, non molto approfondito come testi, ma ricco di immagini inedite e soprattutto delle migliori colonne sonore realizzate dai Goblin, Simonetti ed Ennio Morricone. Sono libri da collezionare e da amare, imprescindibili per la biblioteca di cinefili e appassionati. Mediane non si occupa soltanto di cinema di genere, nel suo vasto catalogo ci sono anche libri dedicati agli attori classici italiani, alle attrici che hanno fatto sognare e a registi di valore come Monicelli e Pasolini. Si annuncia molto interessante un libro su Anna Magnani, mentre le prossime uscite riguardano Alberto Sordi, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni. Degno di nota anche il previsto progetto Volare che analizza l’Italia del boom economico e il cinema degli anni Sessanta.
Giannandrea Pecorelli
COME NASCE UN FILM
Gremese – pag. 180 – Euro 12,00
AA. VV.
IL LIBRO 2008 DEL CINEMA
Gremese - pag. 260 – Euro 18,00
Un editore come Gremese se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Credo che sia l’unico editore italiano a occuparsi soltanto di cinema e a farlo in maniera professionale da ogni possibile angolo di osservazione. Nel suo ampio catalogo troviamo monografie di registi e attori importanti, ma anche approfonditi lavori dedicati alla commedia e al cinema di genere. Credo che in questo campo possa temere la concorrenza soltanto di Falsopiano, Lindau, Il Castoro, Un mondo a parte, Mediane e Profondo Rosso. Forse dimentico qualcuno, ma sono sicuro di non sbagliare se affermo che Gremese rappresenta una guida imprescindibile per chi si occupa di cinema. Basti ricordare i completi Dizionari di attori, registi e film italiani, curati con rigore da Roberto Poppi. In questi giorni sono usciti anche due buoni lavori informativi che illustrano tutto quello che c’è da sapere sulla produzione cinematografica e informano sul mondo del cinema. Come nasce un film racconta come si realizza una pellicola e come si finanzia, si avventura nella giungla della distribuzione, parla di pay tv, contributi, coproduzioni, interventi pubblici, preventivi, regia, fotografia, costumi, trucco, suono, riprese, edizioni e marketing. Rappresenta la seconda edizione dopo il successo di Fai un film (1996) ed è un lavoro imprescindibile per tutti coloro che vogliono sapere come si realizza un lavoro cinematografico. Il libro 2008 del cinema è una raccolta completa di indirizzi di archivi, cineteche, casting, cinematografi, doppiaggio, editoria, portali internet, riviste, scuole, televisioni ed editori. Non mancano gli approfondimenti e un buon apparato normativo sul cinema. Due libri che non possono mancare nella libreria di un cinefilo, ma utili anche per un appassionato e curioso di cinema.