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Aprile 2007


Diritto di Replica
Mentre ringraziamo Gordiano per questo intervento, cogliamo l'occasione per ricordare che Terza Pagina è, prima di tutto, uno spazio libero, indipendente, aperto alle considerazioni di ogni spirito critico, laddove queste vengano fatte senza offendere le sensibilità politiche, religiose, etiche di alcuno.

Ed è quindi in virtù di questa specificità che, qualora lo volesse, il nostro magazine virtuale si metterà a disposizione di chiunque voglia esercitare il suo diritto di replica rispetto alle considerazioni che seguono.

Vedi anche Dieci comandamenti



Gordiano Lupi
Carlos Franqui
Cuba, la Rivoluzione: mito o realtà?

Carlos Franqui compie ottantasei anni e decide di scrivere la sua autobiografia raccontando attraverso la sua vita uno spaccato della storia di Cuba. Ne viene fuori un libro monumentale, a metà strada tra il saggio e il romanzo, scritto con uno stile piano e colloquiale che lo rende accessibile a tutti. Un saggio importante, di cui si sentiva davvero il bisogno, tradotto magistralmente dallo spagnolo da Raul Schenardi. Rendiamo merito a Baldini e Castoldi, editore lungimirante, che contrappone alle ricostruzioni agiografiche di autori come Gianni Minà, la verità storica vissuta da un protagonista della Rivoluzione. Peccato che il libro non goda (al momento) della grande pubblicità riservata ai thriller di Giorgio Faletti, ma nutro comunque la speranza che siano in molti a leggerlo. Il saggio si apre con una parte narrativa dove l’autore raccoglie i ricordi della prima giovinezza, vissuta in un paesino dell’oriente cubano, tra galli che cantano, palme altissime, ceibas gigantesche e riti santeri. L’autore matura convinzioni libertarie e condivide gli ideali di José Martí contro la dittatura quando comprende che i padroni dispotici possono fare tutto, mentre ai poveri contadini non è concesso niente. “Sognavo un futuro che mi sottraesse ai mali del presente, un futuro che sarebbe stato possibile vedere grazie agli sforzi e alle lotte”. Franqui si scopre antifascista e antibatistiano, comincia a fare la vita del rivoluzionario clandestino, vende giornali proibiti e segue una profonda voglia di giustizia. Comprende che solo lo studio e la cultura possono trasformarlo in un uomo libero e per questo si iscrive alle scuole superiori. A Santa Clara scopre una città ricca di fermenti rivoluzionari e idee socialiste, tormentata da lotte, scioperi, manifestazioni di protesta, e pervasa da sogni per una vita migliore. Respira libri e cultura, soffre per la morte del padre e si avvicina alle idee comuniste che promettono un cambiamento radicale per le classi sociali più disagiate. Da Santa Clara si trasferisce all’Avana e scopre una città vera, “una festa d’amore, dove si parla e si balla a tempo di son”. Franqui dedica pagine di pura poesia alla descrizione della sua Cuba, racconta con nostalgia i colori della campagna e lo splendore della capitale. Narra che all’Avana decide di dedicare la sua vita a cambiare il mondo per far parte della grande famiglia socialista. Lotta per creare una coscienza sociale, per unire i contadini e per far capire il loro diritto a possedere la terra. Comincia a nutrire dubbi nei confronti del partito comunista quando Batista mette in piedi una pseudo repubblica ma il suo apparato direttivo sostiene il governo. Non comprende il centralismo democratico e certe regole sacre, discute con i dirigenti e rivendica la sua indipendenza. Quando comprende che essere comunisti non significa essere liberi si dissocia dal partito, sa bene che l’anarchia è una splendida utopia, ma non riesce a seguire regole che non condivide. Franqui è affascinato dalla parola “libertà”, la vede come una sorta di mito, un sogno, una fantastica idea, ma ancora non sa che “non può esistere libertà senza democrazia”. Franqui entra a far parte dei rivoluzionari che vogliono far cadere la dittatura di Batista. “Idealizzavamo la rivoluzione, immaginando che sarebbe stata umanista e contraria ai comunisti rispetto al terrore, alla violenza e all’ingiustizia”. Fidel Castro compie l’impresa suicida della caserma Moncada che termina in una carneficina e per questo viene processato. Denuncia i crimini della dittatura ed è condannato a quindici anni di carcere da scontare all’Isola dei Pini, dove scrive La storia mi assolverà. Franqui è sorpreso per la singolare coincidenza di frasi tra Castro e Hitler: il dittatore nazista in Mein Kampf aveva detto la stessa cosa. “In quel momento pensai che sarei sempre stato contro Batista, ma mai con quell’uomo pericoloso che aveva inaugurato la sua missione con un mucchio di cadaveri”, scrive Franqui. Nonostante tutto entra nel Movimento 26 luglio, anche se non ne condivide il militarismo e il caudillismo, ma in quel periodo storico è l’unico modo per ribellarsi a Batista. Dirige Radio Rebelde sulla Sierra Maestra, ma non accetta gradi militari e conserva un ruolo da civile indipendente che lavora per la Rivoluzione. Fidel Castro fa una Rivoluzione trasmessa in televisione e via radio, con il suo carisma seduce l’intero paese e dopo la vittoria dell’esercito ribelle prende i pieni poteri. Non restituisce la Costituzione del 1940, ma promulga una sorta di statuto privo di ogni garanzia, celebra i processi ai batistiani con i tribunali militari e dà il via a una prima orgia di sangue. “Rispondere ai crimini con altri crimini snaturava la Rivoluzione”, scrive Franqui che prende le distanze da Castro, dirige la rivista Revolución e critica tante manovre che non condivide. Secondo Franqui “il sistema castrista supera l’orrore batistiano con un superorrore”. Huber Matos viene condannato a vent’anni di galera per aver dato le dimissioni e non aver condiviso la virata comunista: non la pensa come Castro, quindi è un traditore. Il fido Ramiro Valdés si occupa degli antisociali e inaugura l’orrore delle Umap a Camaguey.  Franqui assiste impotente a una sfilata di reclusi omosessuali, hippies e religiosi, nel gulag tropicale circondato di filo spinato. Finiscono dentro gente come Pablo Milanés (oggi affermato cantautore), Osvaldo Payá Sardiñas (oggi guida la dissidenza cattolica) e Jaime Ortega (adesso cardinale). Cuba diventa comunista non per colpa degli Usa, afferma Franqui, ma per volontà di Fidel che è convinto di incarnare la Rivoluzione e di saper fare le scelte migliori per il futuro. Franqui descrive Che Guevara come un ambizioso in cerca di potere e fama, arrogante con i sottoposti che disprezza come esseri inferiori. Il Che è un dogmatico privo di senso della realtà, uno che distrugge l’economia con ricette assurde a base di lavoro volontario e cancellazione di conti bancari. La morte in Bolivia lo trasforma in un eroe romantico alla Byron e fa dimenticare i suoi errori, le sue responsabilità e i suoi insuccessi. Lo trasforma in un mito da indossare sulle magliette e da sfoggiare su enormi cartelloni propagandistici, anche se il suo rapporto con il popolo cubano è sempre stato distante. Il Che subisce il fascino di Castro, nonostante conflitti e divergenze, non lo abbandona mai e alla fine muore in Bolivia, utile al dittatore da morto più che da vivo. Raúl Castro, invece, è l’unico rivoluzionario con un cuore comunista che batte in direzione dell’Unione Sovietica. Franqui ricorda il processo farsa al generale Ochoa, il combattente africano, il vincitore, l’eroe della Rivoluzione, fucilato come narcotrafficante perché Fidel teme la sua leadership. Franqui si dissocia dalla Rivoluzione, è allontanato da Castro e le sue foto scompaiono di colpo, viene cancellato dalle immagini ufficiali, come un vero e proprio fantasma socialista. “L’ingiustizia mi fece diventare rivoluzionario; la tragica esperienza che ho vissuto mi ha insegnato che se la Rivoluzione non era l’unica ingiustizia, era però quella più grande”. Franqui comprende che la democrazia è “l’unico governo cattivo ma possibile” e si convince che il suo sogno rivoluzionario sta morendo tra le braccia dei comunisti. “Non ero nato per diventare né un signor comunista né un signor borghese. Sarei sempre stato uno del popolo, era quello il mio mondo, ma se allora avevo perduto un partito e un ideale, adesso perdevo una Rivoluzione e una patria”. Franqui sceglie la via dell’esilio in Europa, decisione non facile ma coerente per uno scrittore indipendente che vuole raccontare la vera storia della Rivoluzione cubana. Franqui abita in Italia per un lungo periodo, conduce un tenore di vita modesto perché sostiene che “l’efficacia delle azioni di un dissidente sta nella sua moralità”. Nessuno deve poter affermare che le sue parole sono pagate da altri, anche se i soliti giornalisti “inginocchiati” lo dicono lo stesso, ma si squalificano da soli. Franqui contesta l’invasione sovietica della Cecoslovacchia che fa naufragare un tentativo di socialismo dal volto umano, nello stesso periodo conosce Gabriel Garcia Marquez e si accorge che il grande scrittore sudamericano subisce il fascino del potere. Non approva la scelta di Marquez che sceglie di diventare “un romanziere alla corte di Fidel Castro”. Franqui non può stare dalla parte di un dittatore, a lui non importa di subire il confino culturale da parte della sinistra, ma sa bene che le dittature non hanno colore. Il suo giudizio sull’opportunismo politico di Garcia Marquez è duro: “La patente di sinistra consente a Garcia Marquez di possedere una villa, milioni e ricchezze in Colombia, in Messico e a Cuba, conti bancari… ma lui non condanna il narcotraffico che distrugge il suo paese, non denuncia i crimini della guerriglia colombiana e tace su delitti atroci come quello di padre Camilo Torres. Sceglie la zuppa comunista per interesse, tanto la gente dimentica gli errori degli uomini di talento e ricorda soltanto la loro opera”. Franqui prosegue raccontando il suicidio di Haydée Santamaria per protesta contro i fatti del Mariel e l’arresto del poeta Heberto Padilla, colpevole di avere un pensiero difforme da quello di Fidel Castro. Sono episodi tristi che convincono l’autore a dire: “La Rivoluzione cubana è perduta e lo stalinismo - castrismo impone un regime di terrore tipico del mondo comunista”. Franqui fa autocritica e giustifica le sue scelte perché nel 1952 aveva solo l’alternativa rivoluzionaria per combattere la dittatura di Batista. Parte da una Rivoluzione umanista e martiana, viene manipolato e si trova dentro a una Rivoluzione comunista che produce conseguenze mostruose. Cuba è diventata “il regno del terrore e della miseria, una tirannia mascherata da Rivoluzione”. Le cifre parlano da sole. In quarantacinque anni di potere, Castro ha carcerato un milione di persone, oltre due milioni di cubani sono emigrati o hanno scelto l’esilio, decine di migliaia sono stati fucilati. Gli ultimi episodi che sottolineano una volta di più la ferocia del regime accadono nella primavera nera del 2003, che vede settantotto condanne con pene attorno ai venti anni di reclusione per oppositori pacifici, tra cui ventotto giornalisti indipendenti. Le conclusioni alle quali giunge Franqui sono sotto gli occhi di ogni visitatore obiettivo che si reca a Cuba. “Castro ha venduto ai peggiori capitalisti stranieri negozi, hotel, spiagge, club, ristoranti, centri di divertimenti, industrie, terreni, rum, tabacco, caffé…”. Ha distrutto perfino l’industria dello zucchero che era il vanto di Cuba e in compenso per i cubani ha nazionalizzato la miseria. Nelle spiagge dell’isola fanno il bagno soltanto i turisti stranieri e Castro impersona un singolare ruolo da capo di Stato prosseneta che incentiva il turismo sessuale. Secondo Franqui “il castrismo è soltanto un’ideologia di potere, una tattica per restare in sella, perché Castro negli anni è stato fedele solo a se stesso”. La Rivoluzione si identifica con lui che ha distrutto la ricchezza e la storia di un’isola per farne una seconda Haiti. Franqui conclude che oggi a Cuba si vive con la sola speranza di fuggire perché la popolazione si vede privata di ogni piacere materiale e spirituale e non è possibile andare avanti senza un briciolo di libertà. La maggioranza dei cubani è contro il potere ma sa bene che lottare per farlo cadere porterebbe soltanto al carcere o alla fucilazione. Il futuro di Cuba, secondo Franqui, vedrà al comando per un breve periodo di tempo Raúl Castro che vorrebbe fare dell’isola una nuova Cina. Il nuovo comandante en jefe parla di libertà economica, controllo politico e nuove relazioni con gli Stati Uniti. Resta il dubbio se sarà libero di attuare questi progetti, visto che Chavez lavora in funzione antistatunitense ed è lui (grazie al petrolio) il maggior azionista del governo cubano. Secondo Franqui è impossibile sostituire un capo come Fidel Castro che non ha preparato la sua successione. Il futuro di Cuba non sarà facile e la sola speranza di cambiamento passa per una rivolta che conduca verso la libertà. Carlos Franqui consegna alla storia un libro unico, fondamentale, oserei dire indispensabile per conoscere tutta la verità sulla Rivoluzione cubana. Leggetelo e fatelo leggere. Ne vale davvero la pensa.
Gordiano Lupi

Memorie di un fantasma socialista
Baldini e Castoldi Dalai – Pag. 630 – E. 19,00


Una recensione di Enrico Pietrangeli
Cinzia Tani
Rosso

Il saluto di fine luglio organizzato dalla Giulio Perrone Editore è stato un piacevole happening prossimo alla spiaggia, con tanto di piscina e comunque vittima della fagocitante calura estiva. Un evento che ribadiva un target giovanile (nella media trent’anni) ed un’apparente voglia di esserci e coinvolgersi in tanti in nome della lettura. In questa occasione ho avuto modo di avvicinarmi tanto al libro quanto all’autrice. Cinzia Tani, scrittrice, già conduttrice televisiva e collaboratrice d’importanti testate giornalistiche femminili nonché docente, incontra quest’editore attraverso Racconti d’autore, una ben curata collana tascabile contenuta nel prezzo e nelle pagine. Rosso, il titolo della raccolta comprendente sette racconti, vuole essere un filo conduttore, attraverso il dettaglio, nel ritrovare corrispondenze e percorsi nello scorrere delle narrazioni. Di rosso è tinto tutto un cammino seguito, e con rilevanza, dall’autrice. Esordendo come scrittrice con Sognando California, un romanzo di formazione, hai poi avviato con la Mondadori una serie di pubblicazioni dedicandosi al noir femminile. Sarà Assassine ad inaugurare un fortunato ciclo rivolto alla cronaca nera e che la porterà anche a tenere corsi di Storia del Delitto presso l’Università di Roma. Indagare nelle menti permettendo al lettore di accedervi gradualmente, attraverso quei dettagli che ne rendono tangibile l’esistenza stessa, è una componente strutturale che permane nella sua narrativa breve. Sono brandelli di vita che si dischiudono nei pensieri dei protagonisti, sofferenze celate e speranze di rinnovamento che, a parte qualche innocuo e malandato maniaco del virtuale o un omicidio con tanto di ricatto erotico spiato, sembrerebbero piuttosto raffigurazioni esistenziali. Personaggi che si profilano nella loro quotidianità incorrendo nel particolare, possibile variante ma anche nesso di un’intera esistenza. Rosso è il colore di una maglietta che si accavalla al tradimento e poi fuoriesce in un improvviso sguardo ghermito da un balcone: “capacità del vero amore è quella di rendere intenso ogni momento come fosse l’ultimo”. I segreti delle donne, un suo più recente libro che rivela un intimo meno patologico ed inquietante, quello di una condizione femminile comunque soggetta ad una rigidità morale, dove anticonformismo ed eccentricità trovano antico rifugio nelle segrete stanze della mente, è, probabilmente, molto più facilmente accostabile agli argomenti di quante vicende si rasentano in Rosso. Rosso è lo sfondo, quello di “tende rosso vivo” e del golf di lui, “rosso sui jeans azzurri”. Forte è il retaggio giornalistico e professionale, soprattutto nel racconto introduttivo e di chiusura. Bambine, l’episodio più intimistico e ricco di trasversali memorie, ci trasporta, con la sua bicicletta rossa, nel rifugio di una Fregene pregna di riflessioni e solitario lavoro, ma anche di tanti incontri: grandi amori e quelli occasionali. Un ciondolo rinvenuto dopo tanti anni sarà l’occasione per fare una pedalata in un’altra Fregene, quella dell’infanzia, in una sovrapposizione tra la figura materna e filiale. Medio Oriente, Costa Azzurra, New York, sono altre tappe dove rincorrere un amore perduto o ritrovarlo quasi casualmente, nella conclamata insoddisfazione di un diverso percorso tracciato dalla vita. Al caso è connesso anche lui, che appare dal nulla e nel nulla scompare senza mai tradire una pavida illusione di aspettative. A lei non resta che chiedergli: “Non credi più nella sorpresa, nel caso, nell’inatteso?”

Giulio Perrone Editore – 2006 – 5,00 Euro
2006



LE RECENSIONI DI SALVO FERLAZZO


Basta domandare - di Marco Montanari


Come in uno specchio logoro dal tempo, che rimanda immagini strappate alla realtà, i personaggi del libro di Montanari si muovono dentro un arco temporale che ne modifica i contorni, dissolvendo persino l’elemento significante di ognuno di loro.

La rappresentazione dell’assurdo così sapientemente descritta attraverso i personaggi di Montanari, ci mostra il volto di un dio lucreziano, una divinità criminale che schiaccia l’uomo e lo nega, in una scansione storicistica che materializza mostri dall’esasperato individualismo.

Nonostante il continuo pungolo di Caterina, sia Alfredo che Bruno non sembrano cogliere l’invito a far meglio.

Il loro meglio procede con un’andatura zoppicante, per realizzare azioni individuali di minimo spessore.

C’è una costante attenuazione dei propri compiti che trovano, solo per un attimo, una variazione più tonica nell’imminenza dell’intervista.

Montanari coglie gli aspetti più centrali di una serie di fatti che si legano gli uni agli altri, in una sequenza spazio-temporale che legittima più di una domanda.

Si sperimenta, così, la costante seduzione di una voglia di riscatto, attenuata nei contenuti, quanto velleitaria negli intenti.

I dialoghi sempre fedeli ai personaggi, si snodano lungo una scala diacronica che impedisce persino alla cronaca giornaliera, quella minuta, di entrare quasi con violenza in quel mondo di tutti i giorni, incapace di stabilire una relazione fra realtà e finzione.

Alfredo scopre da dietro la sua sghemba cecità , che il mondo, fuori,è probabilmente soltanto dolore, inganno, intriso di un potere misterioso e irresistibile come una forza della natura, o come la stessa vita.

L’evocazione di una quotidiana monotona integrità, regnante in un periodo di particolare delicatezza, dove gli equilibri socio-politici sono sul punto di implodere, diventa valore-base, nonché accettazione di traguardi minimi che rispettano questa integrità.

A differenza de l’Homme rèvolté di Camus, dal quale traspare la richiesta di una maggiore consapevolezza da parte dell’uomo di mettere da parte la propria angoscia di fronte al destino, ed assumere piena coscienza della sua situazione reale, sperando di avere fiducia nel futuro e nell’uomo stesso, dal libro di Montanari viene fuori un quadro allegorico dove i personaggi si incontrano per dare vita ad una richiesta risarcitoria, che stuzzica piacevolmente il futuro di Bruno e Caterina, abilmente nascosti dietro la maschera di possibili beneficati, mentre assolve il passato di Alfredo con il riconoscimento della presunta invalidità.

La misura della loro complicità viene fornita dall’apparente, mistificante lettura di un “ falso” giornale che da “ false” notizie, frammentando la realtà attraverso un metalinguaggio, volto più alla teorizzazione di ciò che è “ male”, piuttosto che alla ricerca concreta di soluzioni adeguate che smontino il concetto di torpida acquiescenza, di inutilità della lotta contro il dolore e contro l’ingiustizia.

L’ignobile atteggiamento di Alfredo nel dichiararsi appartenente, in passato, ad un servizio segreto parallelo a quello ufficiale, sfocia in un gesto meschino, beffardo: colui che teneva sotto al suo comando coorti di piccoli uomini obbedienti, togliendosi gli occhiali da “cieco” mostra un aspetto della sua personalità obliqua, intrisa di codardia, perché impossibilitata a comprendere, ad ascoltare.

La forza del racconto di Montanari sta proprio nel denunciare, con onestà intellettuale, l’assenza di qualsiasi etica nel comportamento dei personaggi principali: Alfredo, Bruno, Caterina e Daniela, in seconda battuta..

La “A” di Alfredo, e a seguire la “B” di Bruno, la “C” di Caterina, la “D” di Daniela, rappresentano una sorta di grammatica della creazione, calata in una cosmogonia intraducibile.

Una lettura al contrario, detronizza un uomo compiaciuto dei suoi ricordi, che tenta di conservare un brandello di dignità appoggiandosi a Bruno, sul quale sa di poter sempre contare.

Impudica complicità, smascherata tardivamente dalle impennate di Caterina, a cui non fanno seguito obiezioni e comportamenti positivi, per una riscoperta della propria storia, in un sussulto d’orgoglio, razionale e fondante.

Montanari spinge i suoi personaggi fuori dalla tranquillizzante ghettizzazione esistenziale, invitandoli ad assaporare il rifiuto di una morte sociale inevitabile.

L’impianto pedagogico dell’autore, intende scardinare, pertanto, quelle false rappresentazioni di una società dove “la polizia arriva sempre in ritardo”, le cose “ è così che debbono andare”, per ridare smalto e spessore a quelle “pratiche quotidiane” che tendono al ri-acquisto di una “prassi” sistemica, come risposta ad un fatalismo sempre provvisorio, e mai creativo.



Due braccia e una lira - di Mario Scaccia

Ad un certo punto del suo libro, “il concetto di libertà”, R. Aron scrive:”…la definizione iniziale di libertà non è altro che l’assenza di costrizione…, il potere dell’individuo o della collettività di soddisfare i propri desideri o raggiungere i propri fini”.
Tutto ciò presuppone la capacità di scegliere intelligentemente o razionalmente.
La lettura del romanzo di Scaccia, offre numerosi spunti di riflessione sulle scelte che, intelligentemente o razionalmente, si fanno nell’arco dell’esistenza di ognuno di noi.
Dal suo splendido isolamento, Gianmarco osserva l’insieme di umanità che scorre davanti ai suoi occhi: la trama delle sue relazioni viene fornita dal movimento delle riflessioni, degli incontri, delle discussioni che a volte evidenziano aspetti e momenti separati, altre volte forniscono una connessione di piani linguistico-simbolici a piani logico-espressivi.
Gianmarco è in continua, costante ricerca di una organicità elaborativi tanto da dimenticare l’esistenza di altri, che per questo vengono piegati ai suoi interessi.
In un’esistenza accerchiata dai simboli cardinali del suo paese, della sua terra, quasi viene a mancare il fondo umano della sua protesta. Di questa assenza la sua vita è un’epitome, la distruttiva opera dell’irrazionale che nel pensiero della ragione celebra la sua apoteosi unilaterale.
Eppure Mario Scaccia ha creato un personaggio che può essere uno di noi; e come noi rimane affascinato dalla sirene dell’immagine che la  televisione ha innalzato a valore universale.
Si assiste ad una mimesi impossibile: la riconversione del pensiero astratto in vita, tramite il vissuto.
L’autore avvia, così, un processo di umanizzazione che subisce, nella sua fase intimista, una trasformazione ideologica che assorbe tutto il resto.
Gli affetti, le emozioni che questi suscitano, si appiattiscono sul riconoscimento egoistico di una vita praticata in un temporaneo esilio identitario, pur nella consapevolezza che uno sradicamento totale è pressoché impossibile.
Mario Scaccia fa volare alto Gianmarco. Ed il suo volo è una continua ricerca di un assetto stabile, una rotta sicura, un atterraggio perfettamente planato.
In questa continua ricerca, egli mette tutta la tensione conservativa del proprio essere, mantenendosi in equilibrio tra i poli estremi della temporalità umana, in un andare e venire che a volte coincidono con la sua stessa distruzione.
Come i calanchi che incontra nel suo viaggio alla volta di Siena, per vedere la donna che non vorrà più vederlo, Gianmarco  sprofonda nei solchi rugosi delle sue scelte, dei suoi recuperi, dei suoi riconoscimenti, sempre postumi.
Infatti, i momenti delle sue scelte, dei suoi recuperi, dei suoi riconoscimenti sono colti, dall’autore, in un movimento percettivo di assoluta estraneità.
Scaccia fa muovere il suo protagonista tra “cose “ che non sente.
Tuttavia, nello spessore sordo del suo esistere, il solo reale che lo sommuove è il ritorno al suo paese.
Soltanto nel suo paese, fra quelle case e strade, tra gli amici del bar ritrova la sua dimensione.
Al di fuori di questa contingenza, ogni atto compiuto è sempre un nuovo inizio.
Tutto ciò rende la lettura piacevole, e fa in modo che questa sorta di deja-vù non approdi ad un mesto rituale, dove ognuno di noi trova qualche brano della propria quotidianità.
L’autore ci porta a rintracciare nel rapporto fittizio, ma evolutivo, tra Gianmarco e la corte degli altri soggetti presenti, i segnali che rivelino i sintomi di un malessere esistenziale, generazionale.
La narrazione affronta la presenza dei luoghi comuni, con la sobrietà e schiettezza che trascinano il lettore lungo una tavolozza di coloriture dialogiche, che sembrano appese al cavalletto di Mario Scaccia.
Si ricompongono in una immediatezza da pittore naïf, le insicurezze legate alle scelte per un lavoro e gli accessi di un innamoramento impossibile, la vicinanza discreta, e mai disconosciuta, di Luisa e la presenza della famiglia come attuazione pluralizzata degli affetti più indissolubili.
Con questo senso sempre acceso, con/nel quale vive Gianmarco, l’autore introduce l’elemento, quasi disturbante, ma sempre immanente, della risposta aquello che la modernità chiede.
Allora, le pagine diventano la reiterata condanna di come e quanto il progresso dis-aggrega, nel tentativo di affermare la sua logica produttivistica e  utilitaristica.
L’originalità primitiva dell’essere come stato naturale, ci fornisce la cifra di un’esistenza in cui tutto è, e niente deve essere.
I personaggi di Scaccia li possiamo trovare nella nostra città, camminarci a fianco, e non ce ne accorgeremmo: l’intuizione felice, l’innocenza irripetibile con le quali l’autore li consegna alle pagine di un libro, fanno di “Due braccia e una lira” un romanzo godibile, perfettamente in linea con i percorsi esistenziali a volte mascherati, a volte no, di ognuno di noi.






PRESENTAZIONE DI
FRAGOLE CARAMELLATE CON LA PANNA
DI PIERGIORGIO LEACI

La Beat Generation è una corrente letteraria e culturale fiorita negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, caratterizzata da una netta posizione di protesta nei confronti della società conformistica del secondo dopoguerra: una generazione stanca, battuta, senza la speranza di poter lasciare qualcosa al mondo contemporaneo. Tra i nomi di spicco figurano: Ginsberg, Cassidy, Ferlinghetti, Corso, Kerouac e molti altri ancora. Jack Kerouac ne è considerato il padre fondatore del movimento, e il suo “On the Road” il vero ‘Manifesto Letterario’. Fu lo stesso Kerouac a parlare per la prima volta di beat, riprendendo il topos dell'uomo moderno battuto appunto e sconfitto di fronte alla società, alla falsa comunicazione, all'avidità per il denaro, alla violenza, alla sete di potere.

"La Beat Generation
è un gruppo di bambini
all’angolo della strada
che parlano della fine del mondo"
Jack Kerouac

La strada è il loro elemento, sulla strada corrono, costruiscono e ritornano, per poi capire che alla fine niente è cambiato, e questa è l’apoteosi della sconfitta, ma anche della rinascita, perché poi si fugge ancora per una nuova ricerca. A due generazioni di distanza, in un altro continente, quello europeo vediamo che succede lo stesso. Ci troviamo oggi di fronte al disagio giovanile, alla difficoltà di realizzarsi, alla quasi impossibilità di trovare un proprio angolo nel mondo, alla società egoisticamente preordinata che si piega solo di fronte al denaro e all’interesse del singolo. Ecco perché Prospettiva editrice ha deciso di parlare di Beat italiano, ed ha creato una collana apposita chiamata On the road, e di cui oggi presentiamo due lavori, il romanzo Fragole caramellate con la Panna.
Il libro di Piergiorgio è il racconto di una fuga da Lecce in Danimarca, Wilem è l’io narrante e protagonista di questo romanzo che si sviluppa in un serie di racconti indipendenti che nel loro insieme rendono la temporalità della sua storia, che comincia con una fuga da una piccola cittadina del sud–Italia, Lecce; un posto come tanti dove il senso di precarietà è l’unica certezza attendibile. La mancanza di lavoro, il disagio emotivo, sociale e intellettuale diventano così i principali motivi dell’alienazione e dell'allontanamento dalla propria terra che il protagonista, come altri suoi coetanei, si trova costretto ad affrontare non avendo più risorse.
La fuga comincia con un viaggio attraverso la Danimarca, una società fredda come la vita e i rapporti, dove le amicizie sono tenute insieme dalla bottiglia e le relazioni umane sono consumate in una scopata.
Il mondo che ruota attorno a Wilem è quello dei rifugiati politici, degli immigrati che nel corso degli anni si sono ammassati nella periferia delle città, in ghetti, raccolti in comunità per preservare nomi e tradizioni e soprattutto per essere finalmente liberi. Ma la realtà si dimostrerà presto ben diversa per tutti. L' intolleranza e la mancanza di inserimento sarà il risultato paradossale della loro storia, di cui Wilem sarà chiamato a far parte.
Tra i personaggi principali incontriamo Farzam, un ragazzo iraniano fuggito dal regime all’età di sei anni, con il fratello Faramarz e accolti ad Aarhus, Danimarca, come profughi. Saranno i compagni di viaggio di Wilem nelle fredde notti randagie nel paese dall‘anima di ghiaccio, dove la paralisi spirituale allontana la gente e segna profondamente le differenze tra le varie etnie e quella scandinava. Altri personaggi minori si susseguono in una carrellata di umanità stranita, la cui esistenza è preda della propria individualità.
Wilem si rende presto consapevole che l'uomo non è più il reale fautore del proprio destino, ma una pedina condizionata dal luogo in cui si trova a interagire e questo lo porta a soffrire ancora di più. Diventa un triste alcolitsta che non vuole avere la volontà di credere che ci sia una strada alternativa per vivere i propri dolori, e si gettà continuamente nel suo baratro per non dover pensare. Il suo punto di vista è obiettivo provenendo da una realtà diversa, mentre i suoi compagni di sbornie, sembrano ingenuamente divertirsi della loro vita portata all'eccesso. .
Questa sera si parla di “sconfitti”, ma è bene leggerlo tra virgolette, perché si tratta di perdenti solo agli occhi di quella  società perbenista e consumistica e agli occhi di tutta quella gente che vive le sue regole di conformismo quotidiano. LORO semplicemente non ne le accettano e decidono di uscire dal gregge, ma alla fine strisciano solo ai margini di questa grande. Ecco allora che  la parola “sconfitto” ha accezione positiva, e il perdente diventa colui che vuole andare oltre, che sente il forte bisogno di rinnovamento.

Prospettiva Editrice


RECENSIONI
PER LEMBI
DI ANTONIO SPAGNUOLO


L'approccio alla poesia, di Giuseppe Panella

Antonio Spagnuolo considera il proprio approccio alla poesia come un andar per lembi che provi a ricucire le parole che scaturiscono spontaneamente dal suo inconscio. Scrittore versatile e dall’abbondante produzione in versi e in prosa, questo medico napoletano (ormai in pensione), da anni di notevole interesse, meriterebbe un bilancio critico che ne cogliesse dissonanze e aperture, gli echi risonanti dai silenzi profondi della sua scrittura e le strutture profonde che la attraversano. È a questo livello che le sue capacità di evocazione verbale e di suggestività inconscia diffusa possono essere giudicate. Per lembi è un libro complesso, che procede lentamente (con brevi squarci di luce e intervalli di senso che lasciano balenare la possibilità di una definitiva soluzione dell’enigma), che non concede tregua al lettore e che lo costringe a riflettere sulle possibilità rimaste alla poesia quale epistemologia dell’Io e delle sue cristallizzazioni d’amore: “Offri le meraviglie del tuo gesto, / incerta del passato. / Fuori del corpo riconosci l’amaro // naufragio di preghiere, / ricalcando capricci o paure nel restituire / il saccheggio alla memoria. / Dietro i miei libri, / dentro ogni foglio, / preziosi rimproveri di strofe, / mescolando ai timori la nomenclatura / delle arterie, del cuore, di sinapsi, / quasi a dir sottovoce lo stupore / dell’ultima domanda. // Alle tue braccia, / conoscendo il tuo gesto, / distendo il mio respiro”. Si tratta di una dichiarazione di poetica: l’affermazione esplicita del fatto che l’origine prima della scrittura (la trasformazione dei segni compresi nel testo in proposte di comunicazione verbale) è il corpo stesso del poeta. Un corpo fatto di carne, cuore e sinapsi ma anche capacità di trovare al proprio interno la ragione profonda del proprio esistere in quanto forma emozionale e comunicabile. È a questo livello di discesa nel profondo che i lembi vanno aperti e poi suturati dal significato delle esperienze linguistiche adottate. Lo stupore sarà il risultato più compiuto raggiunto dalla capacità del poeta di aprirsi e di trovare le ragioni ulteriori del proprio scrivere: stupore che è comprensione e desiderio di andare ancora a quelle stesse ragioni. Si tratta di scoprire “qualcosa che illuda le ombre” oppure –dirà successivamente– di voler disgregare “l’incerta nostalgia”. Ribadire, di conseguenza, il primato della vita e sconfiggere la morte quando si presenti coi tratti dell’illusione e del rimpianto del passato, è il compito della scrittura: ricucire i lembi separati dalla paura di vivere nel presente, aprirne altri per capire cosa fa funzionare la macchina del desiderio che conduce alla scrittura, essere in grado di “modellare altre notizie”, “spezzare dinieghi”, “riportare le emozioni”. È stato per primo Mario Pomilio (in A. Spagnuolo, Candida, Guida 1985) a dare di questa poesia una delle migliori definizioni possibili: “Ha scritto una volta Antonio Spagnuolo che ‘la poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia’. Ma una così esplicita professione di fede psicanalitica non si limita affatto al regime della poetica. Essa comporta da parte di Spagnuolo una vera e propria assunzione di contenuti e mitemi anch’essi di origine psicanalitica: […] l’endiadi-opposizione di libido e morte, assunti per via d’un’estrema semplificazione con un’intensità quasi aggressiva e sofferti per converso fino allo spasimo e allo sgomento…”. Analoga dichiarazione, così netta, si potrà fare anche per quest’ultimo libro.



Lembi semantici, di Giorgio Linguaglossa

Con quest’ultima opera Antonio Spagnuolo (classe 1931) attinge il livello più alto della sua produzione poetica; qui, più che altrove, il verso di Spagnuolo si presenta come una casistica di circostante, al pari di un messaggio (con tutte le variazioni tra ridondanza e informazione) che punta tutte le sue chances di comunicazione sulle attese del destinatario, tra il sistema di attese e la ridondanza semantica. Una figura retorica ricorrente è l’accostamento di due attanti astratti collegati da uno scarto semaforico e metaforico: “e tu affidi certezze a corridoi, / fra la carne e l’estate, / quando difficile è distinguere / fusioni o dolcezze”. Altra figura è data da un tipo di catacresi, quasi una immagine in eccesso che ha lo scopo di introdurre uno scarto psicologico e semantico: “Il mio viso svanisce nel granito”; “Improvviso / squarcio per la innocenza delle tue violette”. Ufficialmente, il libro ospita componimenti che hanno ad oggetto la storia amorosa, ma la tematica diventa subito altra, si trasforma in occasioni per introdurre microsegmenti semantizzati ed abilmente enfatizzati secondo una procedura che probabilmente deriva dalle esperienze che l’autore ha derivato dalla sua lunga frequentazione di testi di psicologia e psicolinguistica, così che la poesia diventa il luogo per ordire una trama per catturare gli elementi extralinguistici quali il commento, la mimica, la gestualità, il retropensiero, nell’ambito dell’ordito sinallagmatico delle preferenze lessicali e sintattiche, delle pause anticipate tra le parole che spezzano il ritmo rendendolo sincopato, per intervenire, infine, sulla sintassi, deformandola di quel tanto da introdurre le novità entro il sistema di attese e consentire al lettore la risposta interpretativa. Questo tipo di scrittura espressionistica, per lembi semantici, e anche per strappi significazionisti, la si può senz’altro considerare uno dei più interessanti esiti tra i prodotti di quelle poetiche novecentiste appaiate sul versante post-modernistico della cultura del tardo Novecento.


Militanza poetica, di Francesco Giannoccaro

Siamo certo che Antonio Spagnuolo non cerchi conferme con la sua ultima raccolta di versi. E non le cerca il lettore o il critico, già aduso a questa lunga e tenace militanza poetica che ha già dato di se, pienamente. “Per lembi”, pertanto, va ad aggiungersi all’intero suo corpo letterario, con pari dignità , senza per altro evidenti segnali di appagamento per quanto è già stato, con rinnovata fede, anzi, frammista a speranza nella sopravvivenza della poesia e della sua funzione. L’autore si propone, pertanto, con il suo dettato serrato, in linea, un continuum che accentua il carattere dialogico della sua proposta indirizzata, in primis, a se stesso e in cui avverti l’urgenza di verifiche sul versante esistenziale. Tali esigenze, tipiche di altre età della vita a lui lontane, donano peraltro al suo messaggio una sorprendente immagine di vitalità – pura vis poetica , appunto – che non ingenera stanchezze nel lettore.
L’ultima fatica poetica si snoda , ancora una volta, nel recinto della memoria privata, operando sagaci prelievi – lembi –di vita intensamente vissuta, trasferiti poi nella corporalità della pagina con accenti vivi, rapide folate, resistendo nel contempo al rischio di restare risucchiato – ed irretito – nella nota della nostalgia. Non una resa incondizionata, quindi, al richiamo del rimpianto – accentuato dagli anni trascorsi – e alle sue sirene, ma una rinascenza nel presente con una continua sovrapposizione di tempi luoghi volti situazioni, giocando a più livelli con registrata maturità, umana e intellettuale, da spettatore partecipe delle trasformazioni che si succedono sul palcoscenico della vita: “Muteranno le curve, le tue cosce, il seno/ quando io lascerò le sillabe improvvise/ tumefare le labbra”. Donandoci attonito immagini di esausta bellezza: “Accade nel tempo in cui nessuno ascolta,/ l’asfalto incerto,/ le ciglia squarciate,/ gli stacchi ormai delle nostre vecchie pareti”. Per concedersi altre volte a sortite inattese, cesure caustiche ed ironiche: “Questo è il dubbio che propongo alle ore/ tenue dissolvenza dell’istante,/ nelle sfottute sbarre dell’Apocalisse”.
E’ evidente come Spagnuolo sia convinto assertore – non da oggi – della funzione taumaturgica – come da altri già rilevato – della poesia, lavacro delle vecchie come delle nuove ferite e vi si affidi in chiave analitica. Una scelta coraggiosa e in parte inattuale, visti i tempi. Tanto lo porta ad investire a piene mani e a piene mani raccogliere, dopotutto. Senz’altro consapevole dei rischi insiti nel divaricamento tra realtà poetica e realtà reale. Tra la fissità dello scenario poetico ed il fluire delle situazioni quotidiane.
Il corpo a corpo poetico raggiunge i suoi esiti più felici là dove si esalta “il gusto della trasgressione” (Giuliano Manacorda) e si rinnova la propulsione amorosa, la stessa che sottende buona parte dell’ultima sua produzione.
Un’avvolgente carica erotica dai toni talora barocchi: “Lasciami bere la fragranza della pelle/ nell’ubriachezza notturna:/ non importa del sonno se più lunga è la notte”. Ma anche dai connotati più soffusi: “Allontano il golfo devastato dai riti, / lentamente nascosto nel ricordo dei tuoi capelli/ corvini.” Un erotismo caldo fatto di fragranze, allucinazioni, intensamente partecipato. Che dissemina di stazioni le pagine di “Per lembi”.
Spagnuolo non insiste nella versificazione ad effetto, pur nella ricercatezza di un linguaggio che rimane alto ed allusivo. Lo stile rimane , infatti, perfettamente compenetrato al carattere del testo, essendo l’idoneo supporto ad un preciso progetto. La pagina, di conseguenza, la ritrovi pulita da scorie, corpi estranei, orpelli vacui. E non è poco per un poeta che professa, non da ieri, la sua fede assoluta nell’atto poetico e nella sua trascendenza, pur nella compartecipazione alle vicende terrene.
A lui e al suo impegno ostinato e coerente, pertanto , il giusto apprezzamento, anche per quanto saprà darci ancora pur nella Babele di un tempo in cui non è concesso nemmeno l’onore delle armi.

Manni Editori


La critica, come la carità, dovrebbe cominciare a casa propria (B. C. Forbes)
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