Giorgio Diaz
Nato a Livorno nel '45, vive e lavora a Firenze nella pubblica amministrazione. Nel 2004 viene pubblicato il suo primo romanzo, Il nibbio dell'Uccellina (ArpaNet), ed è fra i finalisti del Premio Carver 2005. Inoltre con il romanzo inedito L'eroe della Grotta delle fate è stato finalista per la sezione narrativa del premio Mario Soldati 2004. e con La città della solitudine nel premio Ibiskos 2004.
Uno scrittore della domenica
(Lo sgozzatore di cigni)
di Giorgio Diaz
Sono uno scrittore della domenica. Da lettore accanito e onnivoro, già da tempo mi sono voluto cimentare con la scrittura, con molteplici forme di scrittura. Senza alcun risultato di rilievo, devo dire.
Sono un “giallista” per caso. Nelle mie letture non ho mai trascurato il “genere”, né mai l’ho considerato un tipo di letteratura di serie “B”, come usava un tempo. Ma non mi ero mai azzardato a scrivere un giallo, un noir, un thriller, o qualcos’altro che ne avesse la parvenza. Finché, verso la fine del secolo, il nascere e l’affermarsi di una nuova serie di autori italiani, giovani e meno giovani, non importa, il riemergere e il riaffermarsi di autori già in disparte, mi ha spinto a mettermi alla prova e sperimentare.
E’ nato così Il Nibbio dell’Uccellina, il mio primo romanzo di “genere” (noir, giallo? non saprei definirlo), che nelle mie intenzioni voleva essere leggero, ironico, dolente, e scritto in uno stile molto personale. E che sarebbe rimasto a dormire sulla mia scrivania come tutti gli altri, se sulla mia strada non fosse comparso Andrea Pinketts.
In precedenza avevo sempre spedito i miei dattiloscritti agli editori, come si faceva nella preistoria, ricevendo puntualmente le ben note risposte (“purtroppo non rientra nelle nostre attuali prospettive editoriali”, “siamo spiacenti ma il nostro catalogo è già programmato da tempo”, etc.). Poi ho scoperto internet e i suoi concorsi, quelli seri e quelli meno seri (a prescindere dal valore dei miei libri, sia ben chiaro: non ho mai preteso di essere Simenon).
Nella giuria di uno dei primi concorsi a cui ho partecipato c’era proprio lui, Andrea Pinketts, di cui avevo vagamente letto su qualche articolo di giornale come di un innovatore del genere. E’ andata a finire che il mio libro ha vinto il concorso ed è stato pubblicato. Credo che più che altro, più ancora della storia raccontata, a Pinketts sia piaciuto il linguaggio con cui era scritta, forse per una certa sintonia con il suo stile. “Ho letto questo libro quattro volte, prima di capirci qualcosa”, ha esordito alla presentazione, “ma poi alla fine mi sono reso conto che mi era piaciuto”. Ma di questo aspetto parlerò dopo.
A quel punto mi sono messo a leggere freneticamente libri gialli, favorito anche dalla ampia diffusione in libreria, e soprattutto in edicola. Ho detto che già in passato ero un lettore del “genere”, ma specialmente di quegli scrittori che si possono definire classici, dagli americani, Hammet, Chandler, all’implacabile Dürrenmatt, a Simenon (che mi ha sempre affascinato anche quando non è Maigret), tanto per fare qualche nome. A volte un giallo Mondadori, in anni più lontani, ma non certo assiduamente. Allora però mi si è aperto tutto un mondo: autori delle più svariate nazionalità, detectives impensabili, da Aristotele a Dante, storie per lo più ben congegnate, scritte più o meno bene. E poi gli autori di punta: lo stesso Pinketts, col suo stile funambolico e le vicende paradossali, Lucarelli preciso e inesorabile, e Camilleri, con il suo idioma e la sua ironia. Già Pinketts nella sua presentazione a Il Nibbio dell’Uccellina aveva scritto che il protagonista doveva qualcosa a Montalbano, ma io non me ne rendevo conto, non avendolo ancora mai letto. Solo dopo ho imparato a godermelo e in effetti lo sento molto vicino al mio modo di intendere la scrittura. Ma in generale mi piacciono quegli autori che sanno introdurre nel lento e monotono scorrere della vita quotidiana, nella banale normalità di personaggi che possono assomigliarci, la nota imprevista di un orrore inaspettato , che può venire da fuori o da dentro, ma che percorre con un brivido chi legge (appunto, per esempio, Dürrenmatt e Simenon).
Devo dire che, nella mia ricerca di stile, mi ero ispirato a un outsider di lusso del genere, uno dei miei scrittori preferiti in assoluto, non certo per volerlo imitare o accostarmi a lui, ma come per rendergli un omaggio postumo, pur premettendo “domine, non sum dignus”: Carlo Emilio Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. L’ho letto e riletto negli anni e ne sono sempre stato incantato. Anche se non si tratta certo di un giallo “vero”, e anzi trascende le regole canoniche che ci sono state opportunamente ricordate per partecipare a L’indizio nascosto. Ma, secondo me, è il primo giallo moderno. Le digressioni, le puntualizzazioni, le descrizioni divaganti, le stesse imprecisioni dell’ingegnere sono a mio modo di vedere sublimi. Voglio dire che, con tutte le distinzioni possibili e immaginabili, mi ha fatto un effetto simile a The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman di Laurence Sterne, quando lo lessi la prima volta e mi apparve come il più moderno e originale dei romanzi. Penso, e sicuramente sbaglio perché non rientra nel canone, che sia un libro imprescindibile per un giallista di classe, più, e dirò un’eresia per i patiti, dei pur bravissimi pionieri, con in testa Scerbanenco, che pure apprezzo. E come non pensare a un altro caposaldo della letteratura tout court, ma anche in qualche modo del genere giallo, che secondo me è Sciascia (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo), le cui storie essenziali e perfette costituiscono anch’esse un insegnamento imperdibile (e certo lo è stato per Camilleri). E tutti questi autori hanno in comune una dote fondamentale: l’ironia.
Certo, ognuno ha le sue preferenze, e si potrebbe ancora citare una pletora di scrittori importanti, prestigiosi, irrinunciabili, che magari ora non mi vengono in mente, o che non ho mai neanche letto. Ho frequentato per esempio a lungo Conan Doyle e resto sempre beneficamente stupito dai suoi libri: Sherlock Holmes mi incanta perché non sarei mai capace di concepire e di scrivere storie come le sue, con tanta esattezza.
Ma a questo punto, per tornare al gergo del mio primo giallo, che è poi lo stesso del secondo, Lo sgozzatore di cigni, che immeritatamente e di straforo partecipa a L’indizio nascosto, devo dire che i miei scarsi lettori si sono divisi: chi, come Pinketts all’inizio, non ci ha capito nulla e l’ha definitivamente chiuso dopo le prime pagine, chi invece è riuscito a entrare nel ritmo, ci si è cullato, e è arrivato in fondo.
Era proprio lo scopo che mi ero proposto all’inizio dell’opera: infondere una cadenza, come una cantilena anche se in qualche modo stonata, un ronzio nella mente, che, al di là delle singole parole, accompagnasse la lettura e desse carattere e significato ai personaggi, ai luoghi, agli eventi.
Si tratta di un miscuglio linguistico che accomuna il vernacolo (livornese) ad altre espressioni dialettali italiane, come un romanesco un po’ abborracciato, a frasi e parole di altre lingue (inglese, francese soprattutto), a termini desueti o reinventati. Quindi non posso dire che sia un romanzo “in livornese”, anche se in parte può assomigliargli e, in quella che dovrebbe essere la sua terra di origine, infatti non ha avuto granché successo.
Infine voglio dire che ho partecipato a questo concorso perché mi piace partecipare, al di là dei risultati, e perché mi ha ispirato la severità di Rina Brundu nel dettare le regole, alle quali il mio romanzo trasgredisce praticamente in toto, ma che mi hanno sedotto. E spero che ci sia qualcuno in grado di rispettarle e di essere insignito dell’ambito titolo: sono ansioso di conoscerlo e di leggerlo.
Lo sgozzatore di cigni è innanzitutto un omaggio al mio mentore, Pinketts: uno dei protagonisti, l’ispettore Pinkerston di Scotland Yard, è modellato su di lui, scrittore, ma anche personaggio, investigatore, sceriffo, avventuriero. E poi un tentativo di rievocazione del clima dei primi anni sessanta del novecento, in una Londra non ancora swinging, ma sul punto di diventarlo, in cui i giovani italici di provincia scoprivano le meraviglie della libertà d’azione e del sesso. Ma anche una storia di quella che un tempo (a quel tempo) si chiamava perversione, e poteva scatenare i lati bui dell’anima anche nei ragazzi “di buona famiglia”.
Per un autore stagionato come me, melius deficere quam abundare. Quindi mi fermo qui.